martedì 26 agosto 2014

Libri - Un antropologo su marte, Oliver Sacks


Il titolo mi ha incuriosito alla prima occhiata. Ho trovato questo libro in offerta durante una delle nostre solite incursioni notturne alla Feltrinelli e ho deciso che dovevo averlo. È stato uno dei due libri che mi sono portata in valigia e non me ne pento affatto. Leggerlo è stata un'esperienza mistica. Certo, in Marocco è molto più facile (e cheap) avere esperienze mistiche, ma questo non toglie nulla al merito del lavoro di Oliver Sacks. A un certo punto ho cominciato a dubitare della veridicità dei racconti, ma il dottor Sacks è un neurologo e un professore di prestigio. Le sue osservazioni sono supportate da un'ampio apparato bibliografico e da numerose note di approfondimento.
Questa raccolta ha la peculiarità di suscitare l'interesse sia di chi è già avvezzo ai temi della malattia mentale, sia di chi invece cerca delle storie appassionanti dal punto di vista narrativo. Il dottor Sacks guida il lettore in un viaggio affascinante e terrificante nella mente umana, partendo dai casi limite che ne rivelano la natura più profonda, il tutto con parole chiare e lo spirito investigativo degno di un giallo. Per comprendere la malattia neurologica, il dottor Sacks ritiene che sia indispensabile immergersi nella vita del paziente, osservarlo all'opera in diversi contesti e constatare in che modo il paziente si adatti alla sua malattia. La peculiarità della malattia neurologica è che tocca in profondità l'identità del malato: non si tratta semplicemente di un corpo esterno che aggredisce la persona, ma di una parte di sé, un deficit che diventa parte integrante della vita quotidiana, tanto che è difficile immaginare la propria esistenza a prescindere da questo tratto identitario. 

 

Sette racconti esplorano le esistenze di sette individui, partendo dal pittore che non vedeva i colori, passando per l'uomo guarito dalla cecità che deve imparare a vedere, l'artista rinchiuso nel paesaggio vivido della sua infanzia in un paesino toscano, fino a due casi di autismo peculiari. 
“L'ultimo hippie” è la storia di un uomo che, a causa di un tumore benigno al cervello, perde la vista e la memoria a breve termine, ed è quindi congelato negli anni '60 della sua gioventù. Questo racconto è a tratti molto toccante, come lo è l'ultimo, “Un antropologo su Marte”, la storia di Temple Grandin, una donna autistica di particolare intelligenza. Oltre ad occuparsi della progettazione di impianti per l'allevamento, Temple, il cui autismo le rende impossibile comprendere le emozioni ed avere autentici rapporti affettivi, si sforza di comprendere la sua malattia in maniera molto umana e commovente. Il racconto che mi ha colpito di più è stato “Vita di un chirurgo”, il resoconto di un weekend nella vita del chirurgo tourettiano Carl Bennett. La sindrome di Tourette non corrisponde allo stereotipo delle parolacce urlate in momenti inopportuni, è molto più complessa e affascinante: è come se il nucleo istintivo del cervello fosse iperattivo e mancasse un filtro tra esso e il comportamento cosciente. Ha dell'incredibile quindi che un tourettiano possa essere un chirurgo, e per di più pilotare un aereo.
Tra queste pagine ho trovato qualche risposta alle domande che animano la filosofia della mente, ma in fondo credo siano domande che ci poniamo tutti, persino una persona autistica come Temple Grandin.

lunedì 18 agosto 2014

Gigs - Twiza Festival 2014

Il Twiza è un festival dedicato alla cultura amazigh (i berberi, per intenderci), arrivato alla sua decima edizione. Quest'anno il tema à stato "l'Afrique aux africains". Oltre ai concerti, sempre gratuiti, il festival prevede anche conferenze e incontri volti a valorizzare la partecipazione e lo scambio tra i diversi gruppi etnici. Tangeri è quindi il luogo ideale: città portuale, luogo di scontro, piena di contraddizioni e soprattutto, negli ultimi anni, ai problemi dovuti alla presenza di migranti. La migrazione non parte più dal Maghreb (anzi, i marocchini stanno rientrando), ma dall'Africa subsahariana, ed è appunto questo gruppo, chiamato dai tangerini "les africains" (come se loro fossero un'isola a parte dal continente) a vivere la situazione drammatica della povertà e della discriminazione. La Spagna, ben visibile dalle coste dello stretto, è così vicina che molti tentano qui la traversata. Tra cui i bambini con cui avevamo lavorato fino alla settimana prima dell'inaugurazione.


Primo giorno: inaugurazione
Il festival è iniziato all'Hotel Oumnia Puerto, dove un gruppo di bambini ha presentato la coreografia di danza africana, preparata nel centro culturale dove lavoro. Ogni giorno ho assistito alle prove del giovane insegnante di danza camerunese (che ora si è slogato la spalla e non può più fare i corsi...), solitamente un pezzo di pane, improvvisamente trasformato dalla tensione in un dittatore spietato di fronte ai bambini atterriti. Metà marocchini, metà africani, fino a che la metà africana non ha attraversato lo stretto qualche giorno prima dello spettacolo. Ci siamo arrangiati e il risultato è stato ottimo, nonostante tutte le difficoltà affrontate.

Venerdì:
Dizu Plaatjies è un musicista sudafricano e un artista incredibilmente dotato, oltre ad essere una persona squisita e piena di gioia. Mi ha incontrata un pomeriggio e per lui sono diventata "sister Camilla". Avevo già avuto modo di apprezzare la musica durante le prove aperte al pubblico del mercoledì precedente: nonostante fossero solo delle prove, l'energia sprigionata dal suo gruppo (Ibuyambo) è stata travolgente. Le voci dei sei componenti del gruppo si armonizzano in melodie piene di ritmo, che ti entrano in testa e risuonano per giorni. Gli stumenti, estremamente scenografici, sono quelli della tradizione locale: non saprei nominarli, ma c'erano percussioni di tutti i tipi, xilofoni in legno di grandi dimensioni (marimba?) e quello che ho scoperto chiamarsi kayamba, oltre che a un bellissimo arco con una cassa di risonanza in cocco che che si suona pizzicando il filo. Per il gran concerto il gruppo era in costume tradizionale e ha ballato e animato un palco enorme. Io purtroppo sono arrivata solo all'ultima canzone (il ritardo cronico non è una novità).
Dopo l'esibizione degli Ibuyambo, la musica di Idir mi è parsa soporifera. Idir è estremamente famoso nel Nord Africa e nei paesi di migrazione maghrebina, ed è considerato il padre della musica in lingua cabila (una lingua amazigh). Si è presentato sul palco con la figlia, che gli assomiglia tantissimo, e l'impressione è stata che nell'ora e poco più di concerto lui abbia fatto molto poco, ma è comprensibile: è piuttosto avanti con gli anni, le foto usate dall'organizzazione non sono molto recenti e nel frattempo i suoi capelli sono diventati bianchi. Molta meno energia, molto meno ritmo, canzoni adatte a una festa per bambini o a un dopo-festa per bambini.
Dopo i primi due concerti, è partito un djset tamarrissimo, con tanto di danza kuduro per la gioia della folla, ma non per la mia, che sono scappata prima dell'esibizione dell'ultimo cantante.

Sabato:
Già venerdì ero rimasta impressionata dalle dimensioni del palco principale sulla corniche (gli altri due palchi, che non ho mai visto, erano fuori dalla città, in quartieri difficili che accolgono gli stranieri). Sabato sono rimasta ancora più impressionata dall'incredibile folla, accorsa per Cheb Mami.
Ho saltato di nuovo la prima esibizione e sono arrivata giusto per il concerto di Ismael Lo, la star del festival, un grande musicista senegalese che però non ha incontrato il favore del pubblico, tranne le prime file, quelle riservate al personale del festival, che accoglievano anche un gruppo subsahariano. Sotto il palco l'atmosfera era di festa: più avanti, nel mare di gente, si sentivano fischi e indifferenza. Per chi l'apprezza, comunque, la musica tradizionale di Ismael Lo è un'esplosione di ritmo e una festa per l'orecchie, fatta per ballare e battere le mani in sincronia.
Con Cheb Mami la folla si è risvegliata. La musica raï non fa per me, la trovo lagnosa e molesta, soprattutto per la tastiera altissima. Cheb Mami poi è una persona sgradevole e le voci che girano su di lui lo sono ancora di più. Non sono solo voci, purtroppo: è stato condannato Francia per avere tentato di fare abortire una sua ex-fidanzata, facendola picchiare dai suoi scagnozzi. Ma questo non sconvolge tanto i marocchini. In questo paese lo stupro non è reato se chi lo perpetra acconsente a sposare la vittima. Si parla tanto di diritti delle donne, ma per diritti delle donne generalmente intendono una cosa molto diversa da quella che può intendere qualcuno come me. L'impressione è che per loro le donne abbiano il diritto a essere al sicuro tra le quattro mura della cucina, e poco altro.

Domenica:
Il vento dell'est si è alzato su Tangeri e ha soffiato con violenza tutta la giornata. I tecnici sono stati obbligati a scoprire il palco per evitare che fosse portato via dal vento. I concerti sono stati annullati, ma vista la folla furente qualcosa si doveva far uscire: così è uscito Douzi, quello che tra tutti aveva la scheda tecnica più grossa, dieci pagine di scheda tecnica, e ha canto in playback con un chitarrista che faceva finta di suonare. Tutto questo io l'ho saputo dai racconti degli altri, perché io ero a letto, stremata dalla conferenza sull'agricoltura che abbiamo tenuto la mattina. Gli argomenti erano molto interessanti (bioarchitettura, permacultura, associazioni per la difesa dell'ambiente...), il pubblico scarso. Del resto la domenica mattina, con un'altra conferenza in contemporanea, è difficile aspettarsi altro.

Il proposito del Twiza è nobile e merita attenzione, ma mi chiedo quanto esso sia stato comunicato ai grandi numeri, quanto sia stato compreso e condiviso dalla folla che ha presenziato. L'Africa agli africani è un messaggio che forse ha avuto poca risonanza tra chi non è in grado di adottare una prospettiva globale e riconoscere ciò che accomuna i paesi del continente.

Festival Twiza

giovedì 7 agosto 2014

Cinema – Rock the Casbah di L. Marrakchi


In qualche modo riesco sempre a trasferirmi in una città dotata di cineteca. La Cinémathèque de Tanger ha una programmazione molto più modesta (così come modeste sono le tariffe) delle sue sorelle europee, ma fa già piacere che esista. Quanto a bellezza, però, non c'è paragone: ignorando l'odore di pipì di gatto, che sembra essere il trademark di Tanger, l'allure vintage di questo vecchio cinema/teatro ha subito conquistato il mio cuore.

Questo mese in programmazione c'è Rock the Casbah, una produzione franco-marocchina firmata da Laïla Marrakchi. La trama ruota attorno allo scontro generazionale interno a una famiglia estremamente agiata di Tangeri: in occasione della morte del padre, interpretato da Omar Sharif (che è diventato vecchio, molto molto vecchio), tre sorelle si riuniscono dopo anni. Saranno quindi costrette ad affrontare i fantasmi della famiglia, ovvero il suicidio della sorella maggiore, in seguito all'amore impossibile con il figlio della domestica.

La trama è esattamente quello che appare, una banale storia di famiglia, molto prevedibile. Il gioco di contrasti tra i caratteri delle sorelle, una professoressa molto religiosa, un'attrice trasferitasi a New York e una fatalona ribelle, non decolla mai, né decolla il gioco di contrasti tra la generazione della madre e quella delle figlie. Il film dovrebbe essere un inno alla libertà, ma l'unica libertà che viene celebrata è quella di sacrificarsi per la famiglia: il discorso sui diritti delle donne è appena accennato e sicuramente non approfondito. Il tutto risulta ancora più insulso visto che il Marocco rappresentato è quello della minoranza di marocchini benestanti, quella parte di popolazione che non ha dei veri problemi. Questo è un peccato, come è un peccato che non ci sia una vera e propria riflessione sui rapporti tra la minoranza berbera e la maggioranza araba: la storia della cameriera berbera sarebbe stata probabilmente molto più interessante di quella del resto della famiglia. Quel che invece è interessante è la rappresentazione di un'occasione tipicamente inaccessibile agli occidentali, ovvero un funerale musulmano. Questo e la bellissima scenografia, che rappresenta fedelmente il gusto marocchino per il lusso. Pochi elementi positivi, che non bastano a controbilanciare la fastidiosissima tendenza al melodramma e l'incapacità degli attori. Un'occasione mancata sotto molti aspetti diversi.

martedì 5 agosto 2014

La guida di La Procrastinazione a Barcellona


Barcellona è la città del piacere. È una Berlino con il mare, un'Amsterdam con il sole, una Parigi senza parigini (per la maggior parte dell'anno...). Oltre alla bellezza architettonica e all'incredibile varietà di svaghi, ha qualcosa in comune con queste mete del turismo ggiovane: la tendenza a svendersi. Barcellona è molto più povera di Amsterdam e Berlino, nonostante la Catalunya sia la regione più ricca di Spagna. Questa tendenza a svendersi ai turisti, senza vergogna e senza una pianificazione a lungo termine, è esasperata a Barcellona. L'intento è guadagnare il più possibile, senza preoccuparsi di reinvestire nelle infrastrutture. La città si riempe a ritmo esponenziale di ristorantini pretenziosi e trappole per turisti. Il target è molto semplice: da una parte, i viaggiatori-ignoranza, quelli che vogliono andare al mare e in discoteca, ma non possono permettersi Ibiza. Per intenderci, gli italiani e gli australiani, in genere. Senza offesa. Dall'altra parte, gli europei e gli americani facoltosi, che vanno a Barcellona per vedere la Sagrada Familia, assistere agli spettacoli di Flamenco nei migliori teatri e assaggiare la paella nel ristorante più chic della città.
In questo scenario, lo spazio per il viaggiatore-non-ignorante e il turista-non-facoltoso si restringe a vista d'occhio. Ciò detto, esistono ancora delle piccole oasi di caos genuino. È appunto queste oasi che ho cercato di esplorare, non sempre con successo.

El Born
Per la prima volta ho fatto un giro nel quartiere di tendenza, il quartiere hipster per intenderci. Tanti negozi di designer locali, qualche negozio di nomi internazionali, tra cui il Lomography Embassy Store (la mia meta della giornata). Il quartiere è attraversato dalla strada medievale per eccellenza, il carrer Montcada, in cui si trova il Museu Picasso. El Born confina con il parc de la Ciutadella, un ottimo posto per sdraiarsi sull'erba, fare un picnic e godersi il bel tempo. Ci sono tantissimi posti interessanti in cui mangiare (un ristorante biologico di cui non ricordo più il nome, panetterie e pasticcerie di classe, come BarcelonaReykjavik, bar a tapas), il problema è che i prezzi sono più alti di altri quartieri meno hip.

Barri Gotico
Il quartiere gotico non è assolutamente una di quelle oasi di caos genuino di cui parlavo. Al contrario, è un quartiere che sembra avere barattato l'anima per il favore delle masse. Così facendo, però, ha acquistato un'altra anima: quella della giustapposizione involontaria tra ricercatezza e ignoranza. Si alternano sofisticati concept store e negozi di souvenir made in China. Il posto ideale per fare shopping.
Di fianco alla cattedrale (il cui accesso è pagamento) c'è il piccolo Museu d'Historia de la Ciutat, un angolo di pace provvisto di wifi. Il Palau de la Musica Catalana non è nel quartiere, ma è giusto al di là dell'arteria parallela alla rambla. Anche qui l'ingresso per una visita è a pagamento (11 euro per studenti), ma se siete interessati al modernismo consiglio vivamente di investire, perché è molto caratteristico: il soffitto ricoperto di rose è sormontato da una magnifica cupola con vetrata istoriata. Nel terrazzino fanno la loro apparizione le famose colonne fotografate nella copertina della guida Lonely Planet.


El Raval
El Raval è il posto giusto per rifugiarsi quando si scappa dal turismo di massa. Ignorate Casa Camper e il suo ristorante strafighetto, il resto è quello che penso possa essere chiamato “la vera Barcellona”. Ogni angolo ha il suo negozietto aperto fino a tardi, che vende birre a un euro. Sono tantissimi i ristoranti a buon prezzo, ma di buona qualità (tra cui Veggie Garden, ristorante veg). L'attrazione principale è il MACBA, il museo d'arte contemporanea, interessante non tanto per le esposizioni (non sono un'appassionata di arte contemporanea), ma per la popolazione che affolla la piazza antistante: skater, cani, gente che beve birre, punk, skater con cani, skater che bevono birre, tanti skater. Nelle vicinanze troverete anche la Central del Raval, una libreria fornita, aperta fino a tardi.
Il modo migliore per passare il tempo però sono i club, come l'
Alhambra e la Mente, dove si può acquistare una selezione di erba a prezzi equi, sedersi, bere un the o una bibita, sfruttare il wifi, divertirsi con i giochi da tavolo. Il modo migliore per perdere tempo e rilassarsi. I club però ammettono soci solo su raccomandazione di un membro, quindi dovrete trovare qualcuno che garantisca per voi.
La Boqueria è il mercato coperto del Raval, vi si accede dalle Ramblas o dalle stradine circostanti. Oltre a verdure, pesce e carne, ci sono piccoli ristoranti che servono specialità di tutto il mondo a prezzi bassi e tanti banchetti di frutta e succhi freschi. 

La Barceloneta
Se volete prendere il sole, fate pure un giro alla Barceloneta. La spiaggia è ben attrezzata, con toilette e doccie pubbliche e gratuite. Dei venditori ambulanti distribuiscono mojito a 5 euro. Non credo di dover essere io a ricordarvi di portare lo stretto necessario: ho visto ragazze aggirarsi in città in bikini, dopo essersi fatti rubare persino le infradito. Il mare non è l'ideale per fare il bagno, va bene giusto per rinfrescarsi. Preparatevi a essere circondati da Erasmus italiani che decantano le virtù dell'università spagnola (tipo, non dover studiare per passare gli esami), francesi arrapati (che sbavano sulle), nordeuropee quindicenni in topless, famiglie mediorientali scandalizzate, australiani casinari... Una gran varietà di gente. Portatevi una buona crema solare perché il sole picchia, magari comprate il pranzo da qualche parte fuori dalla Barceloneta perché ci sono solo ristoranti di pesce infimi.

Un ultimo consiglio: non andate a Barcellona in agosto. A meno che non vogliate fare un'overdose di schiuma party.

martedì 29 luglio 2014

Gigs - Rock Marconi Festival (@Sasso, 27/7/14)

Sabato sera eravamo a Castel di Casio a vedere un documentario sull'ultimo album di Guccini (non fate domande) e per non morire dalla noia spulciavamo Twitter, così abbiamo scoperto dell'esistenza del Rock Marconi Festival, due giorni di band emergenti a Sasso Marconi. La prima serata era annullata a causa della pioggia, così domenica abbiamo preso il treno e siamo andati a vedere che aria tirava a Sasso.
Tanto di cappello per l'organizzazione. La location era bellissima, il parco davanti a casa Papinsky, che per l'occasione era dotato di confortevoli divanetti, amache, biliardino, tavolo da ping pong, stand di birra artigianale, stand gastronomico a km0 e stand informativo del consultorio. Entrata a offerta libera, che fa sempre piacere. Vorrei non avere visto molti interpretarla come entrata gratuita.
Tra il pubblico c'erano giovani e giovanissimi, nonché genitori e cani, e l'atmosfera era più quella di una sagra di paese che di un festival di musica. Tanto che spesso chi suonava sul palco era ignorato a favore delle chiacchere selvagge.


Sul palco si sono alternate band rock e hip hop: il programma iniziale è stato fuso in un'unica giornata, il risultato è stato uno strano ma piacevole alternarsi di sonorità. Quando siamo arrivati suonavano the Groovy Guys, che di groove ne avevano da vendere e hanno spaccato, finendo in bellezza con la cover rivisitata anni '90, "Il principe di Bellaria". Il frontman (chiamiamolo così) riusciva a coinvolgere grazie alla sua cartola.
Sono seguiti i Volium, giovani rockettari che mi ricordano molto i Paramore, forse per la cantante donna, carina e con una gran voce. Nonostante le buone premesse, le canzoni non sono riuscite a sfondare il muro dell'originalità e sono rimaste sul piacevole ma noioso, anche perché i testi in inglese erano banalotti.
Poi i 6 Elementi, formazione di regaz evidentemente presissimi dall'hip hop, che ci credono veramente tantissimo, ma che forse non hanno ancora trovato niente di interessante da dire. Le basi sono piuttosto tamarre, i testi sembrano la solita roba rap trita e ritrita, poi oh io non sono un'appassionata del genere e non sono un'esperta (anzi sono ignorantissima), ma la noia era lì. Il pubblico impazzito mi smentirebbe, ma sospetto fossero motivati più dall'amicizia che da altro.
I Parsec si sono presentati con una strumentazione della madonna. Tecnicamente bravissimi, hanno suonato davvero bene, peccato per la formula della canzone parlata che mi fa piuttosto cagare. Non si capisce praticamente niente, è una cosa già vista e ci sarebbe stato molto meglio un cantato alla Ian Curtis. Forse sono influenzata dai Joy Division in sottofondo, vabbè.
L'ultima esibizione del genere hip hop è stata quella di Chiodo Fno, che per me è stata la rivelazione della serata. Ripeto che non sono per nulla un'appassionata del genere, ma di fronte a qualcuno che lancia dei messaggi così forti, con dei testi ragionati, che rasentano spesso la poesia, non rimango di certo indifferente. Le basi di Django DJ (si scriverà così?) poi l'hanno aiutato un sacco, quindi complimenti a entrambi.
A chiudere i Chicken Queens, i Black Keys della bassa. Bravi bravi bravi, io adoro i Black Keys (tasto dolente l'ultimo album, dimentichiamocelo un attimo), evidentemente anche loro li adorano. Forse dovrebbero ascoltare anche qualcos'altro, per attingere ispirazione anche da altre fonti e non sembrare una cover band dei Black Keys. Il cantante ha una gran bella voce ed è molto bravo a tenere il palco. Grandi potenzialità, con un po' di sperimentazione in più… si vedrà.
Finiti i live una navetta gratuita ci ha riaccompagnati praticamente sotto casa. Il festival ha tentato timidamente di spingere sul car sharing, purtroppo questo tentativo sembra non essere stato recepito dal pubblico.
Insomma sono rimasta favorevolmente colpita dall'organizzazione, meno colpita dalla musica, decisamente poco impressionata dal pubblico, generalmente impegnato più a polleggiarsela sul prato che a partecipare.

Rock Marconi Festival

Comunque, cari amici, potete smettervi di preoccuparvi dei miei report per un po'. Perché eravate preoccupatissimi, no? Per qualche mese il focus si sposterà su altro, non so bene nemmeno io su cosa, perché oggi pomeriggio prendo un aereo e io e Bologna ci rivedremo quando inizierà a cadere la neve. Migro a Sud, a organizzare dei festival decisamente troppo seri per me, in un cosiddetto paese in via di sviluppo. Tornerò sicuramente più abbronzata e ancora più agguerrita.

mercoledì 23 luglio 2014

Cinema - Transformers 4 di M. Bay e Jimi: All is by my side di J. Ridley

Ieri sera sono andata a vedere il nuovo dei Transformers, "L'era dell'estinzione". Perché? Ottima domanda. Il principale colpevole è questo articolo qua, che ha fatto credere in trappola il mio ingenuo partner in crime. L'altro colpevole è il vuoto della serata bolognese, ogni tanto capita che non ci sia un cazzo da fare.


Il film si apre (dopo 40 minuti di pubblicità e trailer, UCI merda) con gli alieni cattivoni che spazzano via i dinosauri dalla faccia della terra. Questo è solo l'inizio delle teorie complottiste da m5s. Il leitmotiv del film è: tutti quanti lavorano per qualcuno! Il gruppo Bilderberg, ovviamente, anche se non è mai citato. Fin dall'inizio, la trama è trascurabile. Un inventore texano (Mark Wahlberg), geniale ma al verde, trova un camion abbandonato in un cinema. Partono i luoghi comuni strappalacrime: figlia adolescente dolce e superfiga, casa in vendita, niente borsa di studio per il college, la mamma morta sarebbe fiera di te, blabla. Il camion è ovviamente il capo dei capi degli alieni buoni. Nel frattempo, gli alieni cattivi se ne vanno a zonzo per la Terra a sterminare tutti gli autobot, con la gentile collaborazione dei servizi segreti americani. I servizi segreti americani godono a loro volta della gentile collaborazione dello Steve Jobs del metallo (Stanley Tucci), che vuole conquistare il mondo sfruttando il materiale di cui sono fatti gli alieni, invece di sfruttare semplicemente la coglionaggine come fece l'originale.
Ben presto la dolce famigliola diventa l'obbiettivo del cartello di cattivoni e si salva solo grazie all'intervento del fidanzato della giovane pulzella in pericolo, un pilota di rally ventenne. Partono le infinite gag sul padre che scopre che la bambina è ormai donna e vuole fare il culo a strisce al tipo, o anche solo denunciarlo. Very American. Partono anche infiniti inseguimenti tra macchine (scusate ma… volete farmi credere che un camion va più veloce di un robottone? Un robottone coi razzi?) e prevedibili esplosioni. Il film ha una svolta gradita quando l'azione si sposta da Chicago a Hong Kong: evidentemente la produzione ha capito che il mercato asiatico è quello che tira di più. Steve Jobs entra nel team dei bravi ragazzi, Optimus Prime doma i Transformer dinosauri (whooo) e tutti vivono felici e contenti, salvo l'alieno-Lamborghini cattivo e il capo dei servizi segreti fanatico. Grazie a chi? Ma grazie alle armi. Le armi sono il vero eroe di questa storia. Le armi permettono al brav'uomo di difendere la figlia adolescente dagli alieni. Le armi permettono al bene di trionfare. Very American, again.
Sapientissimo uso degli sponsor, quasi non si nota che ci sono scene a caso piazzate lì solo per fare bella mostra della marca di birra o di lingerie. Mark Wahlberg al minimo storico, gli altri non ne parliamo neanche… tranne Stanley Tucci, che è la solita cartola, ma doppiato no. Da ricordare il personaggio idiota, che muore dopo mezz'ora, e la cinese stragnocca che fa kung fu. Rimane comunque incredibile il livello di superficialità nel ritrarre i personaggi, non ce n'è uno che non risponda a un preciso stereotipo. Ciò detto, Michael Bay riesce a incatenare una serie di tamarrate sempre più grosse, e visti quanto erano tammarri i precedenti apprezziamo l'impegno.

"Questi cannoni alieni spaccano"

Altri i toni di Jimi: all is by my side. La pellicola del 2013, presentata all'ultimo Biografilm, ripercorre il percorso di Hendrix dal nulla a Monterey, probabilmente perché la famiglia non ha concesso i diritti per le canzoni più celebri. Assistiamo quindi alla lenta, faticosa ascesa di un personaggio che difficilmente assocerei a Jimi Hendrix come me lo immaginavo: capriccioso, indifferente, scostante, insopportabile. Circondato da ragazze che, inspiegabilmente, si fanno in quattro per farlo sfondare (tra cui Linda Keith), la sua reazione standard è andare a scoparsi qualcun'altra, adducendo come scusa la madre assente. Nonostante questo, riesce a sbarcare a Londra, dove combina altri grossi casini e si fa manipolare in vario modo dai personaggi che lo circondano. Rari sono i momenti in cui finalmente Jimi si esprime, ad esempio l'incontro con Eric Clapton e il concerto in onore dei Beatles. Questi episodi dimostrano l'arroganza divertita di un ragazzino, priva di malizia. Gli si perdona tutto perché é un genio, o no?


Linda Keith, impersonata dalla graziosa Imogen Poots, è probabilmente il personaggio più bello del film. Linda è una modella inglese fidanzata con Keith Richards, che, determinata a rendere lo sconosciuto Hendrix una rockstar,  gli presta la famosa Fender Stratocaster bianca del fidanzato. Comincia così la loro tormentata storia d'amore, tormentata perché Hendrix non sembra riuscire a mettere in sequenza più di due parole alla volta, e perché alla prima gonnella più corta fugge come un allocco. L'altro personaggio degno di nota è Chas Chandler, ex-bassista degli Animals, che accompagna Hendrix nella sua ascesa con la pazienza di un santo.
 La fotografia e la regia sono ottime, nulla da eccepire. Bellissimi gli interni londinesi, luminosi e colorati. L'idea di John Ridley di ritrarre Hendrix in questo periodo di transizione, che sia stata obbligata o meno, è comunque ottima. e fa sentire poco la mancanza delle bellissime canzoni per cui il musicista è ricordato. Tutto sommato un bel film, anche se non un capolavoro.

lunedì 21 luglio 2014

Gigs - Gazebo Penguins (@ Hanabi, 15/7/14)


Settimana di grandi celebrazioni, la Procrastinazione ha ricevuto il primo commento! Che poi corrisponde alla mia prima minaccia di querela. Hey, se continuo con questo ritmo presto riceverò la mia prima denuncia per diffamazione e potrò fregiarmi del titolo di giornalista ancora prima di avere scritto un articolo per la stampa. Quanti progressi.
Sì, poi c'è il fatto che martedì mi sono laureata. Ora posso fregiarmi del pregiato titolo di dottoressa in Scienze della Cultura. 
Dopo essere stata convenientemente ubriacata, io e il mio partner in crime siamo sfrecciati a Marina di Ravenna per vedere i Gazebo Penguins. 150 km ai 140. Per la polizia stradale: è un'iperbole.
Perché tutto questo sbatto? Perché sono particolarmente affezionata ai Gazebo Penguins, anzi, lo siamo. Tante cose sono successe ai loro concerti, in più sono sempre i migliori da mettere su in macchina durante i lunghi viaggi. L'ultima volta sulla A14 abbiamo cantato durante tutto l'Abruzzo. C'è chi rimane un nostalgico del primo album, io no. Raudo è un album magnifico. Le chitarre spingono e i ritornelli incantano, difficile resistere. E' un album scritto per il piacere di scriverlo e suonarlo, senza la pretesa di cambiare il corso della musica o smuovere le coscienze. Cantarlo è un piacere, che sia in autostrada, sotto la doccia o sotto al palco.


I Gazebo non hanno deluso le aspettative, anche se abbiamo visto solo gli ultimi pezzi. Il pubblico dell'Hanabi è sempre stato poco partecipe, e così è stato anche questa volta, nonostante le esortazioni a farsi del male. La spiaggia, le stelle, il mare. Ormai il concerto dei Gazebo all'Hanabi è un gradito rito estivo.
"Oggi mi sento piuttosto bene, uououo"