domenica 13 luglio 2014

Libri - Stardust

Stardust è uno dei miei libri preferiti. Il secondo libro di Neil Gaiman su cui io abbia messo mano (il primo è stato Coraline). È stato amore alla prima lettura, ho saputo subito che non ci saremmo mai lasciati. L'ho letto, riletto, letto in orginale, riletto ancora. Forse qualcuno ricorderà il film del 2007: dimenticatelo. Divertente, soprattutto il ruolo di De Niro, ma niente a che vedere con l'originale. Il fascino di Stardust è la suggestione del non detto, dell'appena accennato, del lasciato intuire (completamente assente nel film). Gaiman insegna che bastano pochi tratti per aprire scenari in cui il lettore può esercitare la sua immaginazione. 

Tristan Thorn è diverso dai coetanei, forse perché, come tutti sanno nel villaggio di Wall, la sua natura appartiene a un altro mondo: quello di Faerie, al di là del muro che dà il nome al villaggio, dove la magia non è ancora stata sopraffatta dalla girigia modernità. La promessa di Tristan all'amata lo spingerà a un lungo viaggio in queste terre misteriose, all'inseguimento di una stella caduta piuttosto scorbutica, Yvaine. Tristan però non è l'unico sulle tracce della stella: principi fratricidi e streghe spietate sono disposti a tutto pur di mettere le mani sulla stella.

Stardust è pervaso da "una nostalgia fatta di desiderio e diperazione". Parla di tutto quello che conta nella vita: crescere, trovare se stessi, trovare l'amore, trovare un posto nel mondo, invecchiare e morire. Lo fa parlando di vascelli volanti e candele di Babilonia, foreste stregate e unicorni, ma è infinitamente più credibile di qualsiasi romanzo italiano pseudo-esistenzialista sul mercato al momento. Alla fine, è una storia d'amore, soprattutto una storia di tutto quello che devi fare prima di trovare l'amore. La morale, almeno per me, è che per trovare l'amore ci vuole una bella botta di culo, ma bisogna andarsela a cercare. Che sia in un mondo sconosciuto o nella persona che era proprio accanto a te, ma che non vedevi.

"Inevitabilmente trattenuti dal mondo.
Arriveremo quando ci vedrai."

martedì 24 giugno 2014

Gigs - dEbruit & Alsarah (@Avant Garden, 21/6/14)

Mi scusino i miei 25 lettori per la lunga assenza. Tra una procrastinazione e l'altra, sono riuscita anche a consegnare la mia tesi di laurea in Scienze della Cultura. Non me la sono inventata, esiste davvero. Del resto non vedo perché inventarmi una cosa tanto inutile, manco fosse il Master di Giannino.

In ogni modo, a Bologna è iniziata l'estate con prepotenza. Non ci si può davvero lamentare (anche se molti lo fanno): le cose da fare sono tantissime, cinema in piazza, arena Puccini, parchi in concerto, il tutto per di più GRATIS.
Tra gli altri, il parco del Cavaticcio è diventato lo scenario della rassegna Avant Garden, ricca di nomi interessanti. Sabato scorso è stata la volta di dEbruit, che ha presentato il nuovo disco di ispirazione africana, Aljawal. Consiglio vivamente di ascoltare suddetto disco. Come spesso accade, l'incontro tra culture diverse,  in questo caso l'elettronica parigina e la musica africana, è estremamente fruttuoso. Ora, tralasciando il fatto che sono arrivata mezz'ora prima della fine, il live è stato ottimo, una di quelle serate in cui stare fermi è impossibile.


Il problema di queste serate è che finiscono presto. La soluzione è il party organizzato da amici di amici, di cui tutti parlano come se la sua esistenza fosse fatto noto e assodato. Meglio: tutti ne parlano come se fosse già cosa venuta a noia. L'ultima frontiera dell'hipsteria. Quello a cui si assiste è una versione post-20 del Party del Matis, con tutta la gente giusta, quella che conta, che ascolta musica irrimediabilmente brutta senza nemmeno tentare di ballarla. Un po' come fare la fila per il bagno per lavarsi le mani.

Avant Garden

martedì 10 giugno 2014

Gigs - NODE Festival

Come al solito, come sempre, ancora una volta, ho assistito solo all'ultimo atto dell'ultimo giorno di festival. Non è che fossi a casa a rotolare e fare il burghul, eh. Avevo impegni improrogabili (lo prometto, l'anno prossimo sarò lì alle 20.59).
Innanzitutto, sono molto impressionata dal lavoro degli organizzatori. Ogni anno puntano al rilancio. Bravi.
In secondo luogo, una nota di disappunto. La location dell'anno scorso aveva dalla sua lo spazio. I Giardini Ducali sono piccoli nel loro genere, ma offrono un ottimo palco, con comodi posti a sedere sull'erba.
Quest'anno il Node si è spostato qualche metro più in là, nella Galleria Civica. Non male come atmosfera, devo ammetterlo, ma lo spazio riservato al live era decisamente troppo angusto. Mi sono intrufolata nella sala, pestando qualche piede, e ho preso posto a live già iniziato.


Egyptrixx ha un nome stupido e la sua musica, senza il supporto dei video di Andreas Nicolas Fischer, non è particolarmente interessante (forse sono influenzata dal pregiudizio verso chi porta i cappelli al chiuso, di notte). La combinazione invece è qualcosa di magico. La techno molto cupa del canadese genera l'umore giusto per dimenticarsi di tutto tranne che dello schermo, su cui sono proiettati paesaggi alieni, monocromatici, che si fanno e si disfano in loop.
Dopo il live, una tappa alla toilette mi ha confermato l'impressione che avevo avuto al buio: il pubblico del Node quest'anno era composto principalmente da gente incredibilmente pretenziosa, vestita da Lookbook e interessata più a essere nel posto cool con la gente cool che alla musica. Ma forse, di nuovo, mi sto facendo influenzare dal pregiudizio verso chi porta i cappelli al chiuso, di notte.
Per finire: l'aftershow al Vibra Club? Non ci sono andata (ma che, COSTA, siete matti?). Meglio l'erba dei Giardini Ducali.
NODE festival 2014

martedì 3 giugno 2014

Gigs - Rock in Idro

In antropologia, il metodo di ricerca principe si chiama "osservazione partecipante". L'antropologo partecipa alla società che studia, rilevandone le dinamiche manifeste e latenti.


Day 1+2
Il primo giorno è stato annullato causa maltempo. Due gocce.
Il secondo giorno aveva una lineup improponibile. Tutte band giovani, comunque (no).

Day 3
Levate Quit the doner, per fare un resoconto come si deve a un festival non basta entrare, bisogna lavorarci. Sono stata accompagnata all'interno, ho firmato un contratto e sono stata sbattuta al lavoro con zero istruzioni. Ho passato la prima ora a spillare birre a metallari ubriachi che manifestavano l'intenzione di abbracciarmi, portarmi a casa e nutrirmi di marshmallow. Poi sono stata trasferita a servire panini e piadine. Anche stavolta senza istruzioni.

"Benvenuta all'inferno"
Io l'apocalisse me la immagino così: una fiumana infinita di gente affamata e assetata, vestita di stracci e coperta di polvere, che cerca di accaparrarsi l'ultimo pezzo di salsiccia sulla faccia della Terra a un prezzo esorbitante. Non poteva esserci colonna sonora migliore del metal brutto degli Alter Bridge (o Opeth? Cambia davvero poco).
Ovviamente non ho cagato pari chi fosse sul palco, provateci voi a riempire piadine di porchetta + salsiccia + salumi + verdure unte in meno di un minuto, litigandosi le pinze con le colleghe e rimbalzando da una parte all'altra come palline impazzite di un flipper. Tra l'altro, sono vegetariana da sette anni.
Quando finalmente hanno iniziato gli Iron Maiden, ho addentato una fetta di anguria, ho scroccato birra e sigaretta e ho socializzato con le colleghe, godendomi il concerto da una certa distanza. Come forse avrete capito, non sono una grande fan del metal, ma devo ammettere che gli Iron Maiden se la cavano. Il merito va anche a fuochi d'artificio, fiammate e megaschermi. C'era molto amore nell'aria, questi signori hanno ancora un seguito di fedelissimi, come testimoniano le graziosissime bandane firmate Iron Maiden.

Day 4
Io e Gas, il mio partner in crime, abbiamo inforcato le nostre bici e verso le nove ci siamo diretti al Parco Nord nella speranza di entrare di sgamo in qualche modo. Da fuori, abbiamo potuto constatare quanto siano cani i Pixies: avrei giurato che fossero i Biffy Clyro, non fosse che hanno fatto Where is my mind.
I bagarini si erano misteriosamente estinti nel giro di una notte, ma la fortuna ha girato dalla nostra parte. Potevo vantare dalla mia un braccialetto lilla dello staff, donatomi da una collega e sapientemente incollato al mio polso da Gas. Il fato, il vinavil e le pezze random hanno voluto che incontrassimo l'Uomo con il marsupio pieno di braccialetti, che ha avuto pietà di noi.
L'adrenalina di entrare dall'ingresso VIP illegalmente ha reso il concerto dieci volte più bello. Beccati questo, capitalismo dei miei stivali.

Il live dei Queens of the stone age non aveva dalla sua parte gli effetti speciali degli Iron Maiden, ma non aveva dalla sua parte nemmeno un pubblico come si deve. Forse perché il nuovo album è veramente moscio. A me dispiace doverlo dire, ma si sente un abisso di differenza tra le nuove canzoni e quelle vecchie. Per capirci, sembrano i Muse.
Insomma, la moscezza si distribuiva equamente tra palco e pubblico. Tanto che non c'è stato nessun bis. Ci sono state però tante bestemmie, perché andarsene senza fare Make it wit chu è una mossa meschina.
Il mio bilancio è comunque in positivo, ho guadagnato qualche soldino e mi sono fatta due concerti gratis. Il bilancio di chi ha pagato il biglietto, beh, non credo.
Rock In Idro

mercoledì 21 maggio 2014

Cinema - Godzilla di G. Edwards

Avete presente l'espressione "worst case scenario"?
Ecco. Nell'ennesimo film sul lucertolone giapponese c'è tantissima carne al fuoco. Tragedie familiari, sacrifici eroici, catastrofi naturali, militari vs. scienziati, bombe nucleari come se piovesse. Sceneggiare questo film dev'essere stato una figata.
"Dai adesso l'insettone si ciuccia le radiazioni dalla bomba"
"Ma... non si può fare..."
"Vabbè, facciamolo lo stesso"
E poi sì, sì, lo sappiamo che è morta un sacco di gente con il disastro nucleare. Però ce lo mettiamo comunque. Sì, ok, è morta un sacco di gente anche con lo tsunami. Però che lo mettiamo comunque.
 
Il cast: Juliette Binoche che fa una fine ingrata, Bryan Cranston che doppiato non si può vedere (basta immaginare la voce di Walter White e subito va meglio), il giapponese che fa il giapponese in ogni film in cui c'è un giapponese, quella bruttina di Happy Go Lucky, un ragazzo caruccio semisconosciuto che disinnesca le bombe ma non sa usare il congiuntivo e la sua cessa e inutile moglie.
No, non vi racconterò la storia. La storia è un accessorio, un pretesto per tirare fuori le peggio tamarrate e va bene così. Mi sono divertita tantissimo e vi consiglio di godervi Godzilla in un cinema con un bell'impianto.
Se volete vedere mostri che si picchiano, però, Pacific Rim è meglio.
 IMDB

domenica 18 maggio 2014

Gigs - Imago Festival


Ho vinto l'abbonamento con Musical Box, ma ho assistito soltanto all'ultimissimo atto del festival. Sono arrivata sabato sera alle 11, appena in tempo per Godblesscomputer. Che è uno zarro pazzesco, tutto piroette, saltelli e mossettine. Però è bravo e glielo perdoniamo. Usa le campionature in maniera organica: l'impressione è che ogni pezzo abbia una forma precisa nella sua testa e che le sue mani debbano solo seguirne le tracce.
Ho assistito al cambio di palco. Sono rimasta impressionata da tre giovani tecnici del suono particolarmente appassionati del loro lavoro, salvo rendermi conto, dopo un lasso di tempo imbarazzante, che erano One Circle. Diciamo che è un pregio: hanno un suono cupo e avvolgente, ti raggiunge strisciando, senza farsi notare troppo.
L'ultimo a esibirsi è stato Asusu, forse il più danzereccio. Erano però quasi le 3, e la stanchezza ha avuto il sopravvento.
 La cosa più interessante del festival non è stata la musica, ma gli effetti visivi, a cura di Apparati Effimeri. L'ologramma che impugnava il logo del festival era inquietante al punto giusto. La sequenza con le ballerine in carne ed ossa dietro ai tendoni è stata spettacolare. Hanno saputo creare un'atmosfera fuori dal tempo, che si sposava perfettamente con i live e ha reso il festival una vera esperienza, non solo una serata di musica elettronica. 
L'anno prossimo potrei anche decidere di entrare pagando.

giovedì 15 maggio 2014

Cinema – Alabama Monroe di F. van Groeningen, Locke di S. Knight



 
 Alabama Monroe – Una storia d'amore è un bel film, non lasciatevi ingannare dal titolo bimbominkia. È ovviamente frutto di un adattamento italiano poco azzeccato: da The broken circle breakdown a Alabama Monroe. In barba allo sceneggiatore (che interpreta anche il protagonista maschile) e al suo titolo lungo ma sensato.
Se siete dei fautori del lietofineatuttiicosti, meglio stare a casa e tirare fuori qualche videocassetta Disney. Se invece non avete paura di spargere qualche lacrimuccia, questo film offre quasi due ore di bella musica (bluegrass) e momenti intensi. Sembra quasi impossibile raccontare una storia del genere senza cadere nel melenso, invece. Un po' seguendo la falsa riga di Blue Valentine, racconta con sequenze alternate l'inizio idilliaco della storia d'amore tra Didier e Elise, l'arrivo della figlia Maybelle, la malattia e le sue conseguenze sulla coppia. Bei personaggi, bei dialoghi, bellissime scene. Perché non il massimo dei voti? Perché è un po' un pippone. Si esce dalla sala con un sospiro e una toccatina.
IMDB 

Locke segue il viaggio in autostrada di Ivan Locke, “l'uomo migliore d'Inghilterra”: un costruttore, serio e meticoloso. Capocantiere in procinto di dirigere la più grande colata di calcestruzzo d'Europa, volta le spalle al suo amato calcestruzzo e si mette in macchina. Durante il tragitto che separa il cantiere e Londra, il suo personaggio cade a pezzi. Telefonata dopo telefonata, assistiamo alla rovina della sua esistenza.
Il potenziale di noia è altissimo. Nonostante questo, l'ora e mezza di pellicola passa in fretta. Scappa però una bestemmia all'apparire dei titoli di coda: mi è parsa un'occasione sprecata. Per motivi di regia i personaggi che ruotano attorno al protagonista sono esageratamente marcati, prendono decisioni affrettate e hanno comportamenti quasi caricaturali. Forse il film sarebbe riuscito meglio se il regista avesse rinunciato all'ambizione di essere ricordato come “quello che ha fatto il film del tipo in macchina” e avesse dato spazio alle vicende collaterali. Inspiegabile il plauso unanime della critica, tutto sommato è una storia trascurabile. Il grande protagonista è senza dubbio il calcestruzzo (e la barba di Tom Hardy).
IMDB